Corrado Ocone
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Saggi e articoli
29 giugno 2017
Traditore o servitore dello Stato? Il vero ritratto di Talleyrand

Corrado Ocone - Il Dubbio
Il diciannovesimo secolo è stato il secolo della Francia. E la Francia era allora, come è oggi, prima di tutto Parigi, la sua capitale. È in Francia che il liberalismo si è fatto costituzionale e moderato, si è impregnato di senso storico, si è unito al più raffinato e sagace realismo politico, ha assunto il tono e lo stile della misura e della moderazione. E si è sovrapposto e quasi confuso con quel gusto del saper vivere e della colta e mondana frivolezza che è a sua volta una conquista della civiltà. All'inizio e alla fine di questo periodo d'oro, spiccano nella vita pubblica parigina e francese, due personalità molto diverse tra loro: quella di Charles Maurice de Talleyrand-Périgord, principe di Benevento (1754-1838), che iniziò la sua opera di politico e diplomatico già ai tempi della Rivoluzione, e quella di Charles-Augustin di Sainte-Beuve (1804-1869), che da tutti fu unanimemente apprezzato come il più colto e influente dei critici letterari del suo tempo. A suo modo vanitoso e aduso all'autocompiacimento, Saint-Beuve aveva, comune al suo tempo, lo spirito e la mentalità positivistica, non essendo avulso da un di più di razionalismo e moralismo che finivano per cozzare coi movimenti sinuosi e mai lineari della vita e con la sua sensibilità in fondo romantica. Si era specializzato nei portrait, nei ritratti e profili dei grandi del suo tempo che uscivano di norma sulle gazzette il lunedì. Spaziava dalla letteratura, alla storia, alla politica, e sapeva fondere perfettamente opera e carattere di chi sceglieva a suo oggetto in ampi e mai estemporanei quadri d'insieme. Sapeva essere moralista nel doppio senso del termine, ognuno dei quali aveva una storia anche e forse soprattutto francese. Era un fine descrittore dei mores, cioè degli usi e costumi umani, ma aveva anche la capacità di indignarsi e di implorare contro il "legno storto dell'umanità". Il tutto con lo stile e la grazia che quella "civiltà della conversazione" e del "dolce vivere", fra salotti e mondanità, imponeva a uno come lui che si era fatto da solo e si era conquistato un posto di un certo rango nella società. Tutti questi aspetti si ritrovano nel ritratto che egli dedicò nel 1864 a Talleyrand, e che ora pubblica in elegante edizione, e con prefazione di Francesco Perfetti, Nino Aragno editore (pagine 167, euro 15). Sainte-Beuve prende spunto, come era solito fare, da un saggio appena pubblicato: nella circostanza quello del politico, diplomatico e storico inglese Henry Lytton Bulwer (fratello del più celebre scrittore Edward Bulwer-Lytton). Ed egli non ė certo avaro di elogi per questa biografia, che per espressa volontà dell'autore analizzava solo il lato politico dell'azione di Talleyrand. Essa però andava, per l'appunto, completata, secondo Sainte-Beuve, da una considerazione a tutto tondo dell'uomo, del suo carattere e della sua personalità. Cosa che egli fa, nel portrait-recensione, in rapidi e incisivi schizzi, i quali, pur conservando un tono colloquiale e persino lieve, delineano una immagine del tutto negativa, implacabilmente senza chiaroscuri, della moralità del grande diplomatico, ministro degli esteri sotto Napoleone e poi sempre nelle stanze del potere, sotto i diversi regimi, fino alla morte, o quasi. Certo, Sainte-Beuve di Talleyrand ammira l'intelligenza e l'arguzia, nonché quella capacità di saper stare in società che era anche sua propria. Non può però non rimarcare in senso negativo quella spregiudicatezza che rasentava, e anzi superava, la soglia del cinismo e che ne aveva fatto la fortuna, appunto, sotto i più diversi regimi (Talleyrand viene ancora oggi associato al camaleontismo politico, a quel trasformismo che permette a certuni di "rimanere sempre a galla"). La capacità suprema di Talleyrand era quella di abbandonare il carro dei vinti, a cui sembrava legatissimo indissolubilmente, giusto un momento prima che affondasse: un'operazione che, osserva causticamente Sainte-Beuve, gli riuscì pure con la morte. Avendo programmato, da quel gran calcolatore che era, anche la sua fama postuma, aveva già da tempo deciso di chiudere la sua esistenza con un discorso di alto valore scientifico davanti a un consesso di dotti (il che puntualmente avvenne all’accademia di scienze Morali e Politiche), e anche, appunto, con una riconversione in punto di morte alla Chiesa cattolica. Sì, proprio quella Chiesa che aveva, lui prete senza vocazione e per volere dei suoi, abbandonato ben presto per seguire i piaceri del mondo e della carne (suppliva alla menomazione fisica che si portava addosso a causa di una caduta quando era ancora in fasce, era cioè visibilmente zoppo, con il carisma, e le donne cadevano facilmente fra le sue braccia e nelle lenzuola del suo letto). Ma ancor più perfetta fu nella progettazione e nell’esecuzione l’idea di chiudere con una prolusione all’accademia su un personaggio minore la sua carriera nel mondo. Era giusto non esagerare, applicandosi, fra tanti dotti, con modestia a un personaggio modesto. Tanto ad esagerare sarebbero stati i parigini, in massa accorsi ad assistere alla lezione del vecchio ormai non più in grado di camminare. Si mosse fra due ali di folla e fu paragonato, dal popolo in estasi, persino a Voltaire. Anche questo era stato calcolato: d’altronde non era stato lui stesso ad aver detto che “in fondo la politica non è altro che un certo modo di agitare il popolo prima dell'uso.”? Certo, i parigini esageravano. E certo, essere calcolatori come lo fu in quella e in tante altre occasioni Talleyrand, è peccato mortale. Ma quante lezioni nel sapere e vedere che il popolo dimentica tutto e tutto è disposto a perdonare all’uomo di potere, soprattutto quando più non ne ha. Ma conservarne anche dopo la morte uno simbolico, non è forse l’aspirazione di ognuno di noi? A questo aspirava, in verità, Telleyrand, e lo disse lui stesso: la fama eterna. I suoi motti di spirito erano pari ai suoi "tradimenti" politici e umani. Ma erano motti di spirito o una cinica e disincantata lettura dell’animo umano? Pessimista e diffidente del prossimo era Talleyrand, ma forse era semplicemente realista. “la reputazione di un uomo è come la sua ombra: gigantesca quando lo precede, di proporzioni minuscole quando lo segue.”. E ancora: “diffidate dei primi impulsi: sono quasi sempre buoni”. Passò da Bonaparte, che aveva servito ma di cui imperturbabile accettava le sfuriate contro di lui, ai Borboni e da questi al terzo Napoleone: sempre con la facilità estrema dei più consumati uomini di potere. Fu regista, osserva Sainte-Beuve, della prima e della seconda Restaurazione. E quando capiva che non era il momento adatto per lui, non si faceva mettere alla porta ma si allontanava da sé dalla capitale in direzione di qualche località termale. Ufficialmente, a “curare il fegato”. Aveva in sommo grado la virtù principe del politico e dell'uomo pratico: lasciar maturare gli eventi (“e soprattutto non troppo zelo!”, un’altra delle sue frasi celebri), agguantarli al momento opportuno, saper approfittare del momento preciso in cui un'azione volta a un fine diventa possibile. Né prima, né dopo. Non esitava a mentire, a farsi gioco degli altri, a sedurre e a circuire. Era uomo di intrighi. Ma il suo carisma era innegabile e chi cadeva nella sua rete cadeva in verità nelle maglie delle umane illusioni, che sono il fiele ma anche lo zucchero della vita. Un fine di utilità personale, e null’altro, lo muoveva? Un senso di opportunità che era opportunismo? Un’ amoralità che si faceva immoralità? Sainte-Beuve non ha dubbi: l'interesse personale, e solo l’interesse personale, guidava questo nobile ridotto allo stato di cadetto per gli sfortunati casi della vita (la suddetta caduta e la conseguente infermità). E il critico fattosi moralista nel secondo senso del termine, quello che misura la virtù degli altri spesso essendo indulgente con la propria, lascia intravedere anche arricchimenti oggettivi e corruzione in denaro. Essi probabilmente ci furono. Talleyrand fu un diavolo, e per di più un "diavolo zoppo" come è stato detto. Ma Sainte-Beuve rappresentava già la degenerazione positivistica del suo secolo, è già idealmente se non cronologicamente fuori da esso. La mentalità storica e dialettica cedeva il posto in lui, e in tanti come lui, al pensiero e moralismo astratti. Non riusciva a vedere come a volte il "diavolo è l'uomo di affari del buon Dio". Né come fra interesse personale e interesse generale possa esserci in certi uomini (“individui cosmico-storici"?) una indubbia convergenza. Il capolavoro di Talleyrand, che si era opportunamente fatto amico il principe di Metternich, fu la Restaurazione seguita al Congresso di Vienna, ove la Francia quasi non pagò pegno della sua sconfitta e dei rivolgimenti da essa causati in tutta Europa. Il Dio di Talleyrand, anche se Sainte-Beuve non è disposto a concederglielo, era lo Francia, lo Stato, la salus rei publicae (e che con la repubblica servì pure, nell’arco della sua lunga vita, lea monarchie, e quelle di diverso ceppo, poco importa). Non fosse altro perché, come osserva Perfetti nella sua bella prefazione, era l’unico modo per garantire la conservazione di quel “douce vivre da lui amato e praticato” e che “era un prodotto tipico della civiltà francese”. D’altronde, come egli dice ai suoi commensali davanti a una tavola ricca di libagioni in un raffinato film francese del 1992 (significativamente intitolato “A cena con il diavolo”): “i regimi passano, la buona cucina francese rimane”.
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