Corrado Ocone
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Saggi e articoli
14 giugno 2017
Chi fu davvero Walter Benjamin? Risponde Hannah Arendt

Corrado Ocone - Il Dubbio
"Chi fu Walter Benjamin?". Con questo strillo di copertina la rivista culturale tedesca "Merkur" annunciava, nel numero di gennaio del 1968, la pubblicazione della prima parte di un saggio di Hannah Arendt sull'eccentrico intellettuale ebreo- tedesco morto suicida (per una overdose di morfina) il 26 settembre 1940 mentre tentava di attraversare il confine franco-spagnolo per imbarcarsi per l'America e sfuggire all'avanzata nazista in Europa. Nessuna domanda era più pertinente rivolgersi di fronte alla figura di Benjamin, che eccentrico era stato nel senso etimologico del termine: i suoi interessi sembravano, di primo acchito, i più svariati e non riconducibili né a un centro ideale né a una delle più comuni classificazioni del lavoro intellettuale (era stato un critico letterario, uno scrittore, un erudito, un filosofo, un teologo, un poeta, o tutte queste cose insieme e senza una gerarchia?). E nessuno forse più che Arendt, che fino allora aveva conservato un pubblico riserbo, era indicato per dare a quella domanda una risposta plausibile. Non facilmente classificabile, fra filosofia, storia e politica, era lo stesso suo lavoro intellettuale, e in più era stata proprio lei a condividere, fin quasi all'ultimo giorno di vita di Benjamin, un'intensa e complice, seppur tarda (erano entrati in stretto contatto a Parigi nel 1935 nel milieu dei profughi), amicizia con l'intellettuale suicida. In verità, anche se la più vasta fama di Benjamin è postuma, egli, figlio di una benestante famiglia ebraica di Berlino che però aveva accusato la crisi successiva alla prima guerra mondiale, aveva comunque vissuto e stretto contatti già in vita con alcuni fra i maggiori pensatori tedeschi del suo tempo, che ne avevano generalmente soppesato il genio per quanto irregolare. Fu Hoffmannsthal, ad esempio, che pubblicò nel 1924 il suo primo saggio, accompagnandolo con parole entusiaste. Quattro furono soprattutto le importanti personalità che entrarono in rapporto, di amicizia e di lavoro, con Benjamin: Gershom Scholem, l'amico di gioventù, che sarebbe poi diventato il maggiore esperto di mistica ebraica; Bertolt Brecht; Theodor Adorno e la stessa Hannah Arendt. I rapporti che costoro intrattennero con Benjamin e fra di loro vengono fuori con nettezza, e rappresentano uno spaccato non certo secondario della vita culturale europea del Novecento, in un volume che pubblica ora l'editore Giuntina: Hannah Arendt-Walter Benjamin, L'angelo della storia. Testi, lettere, documenti, pagine 263, euro 15). In verità, parti del testo pubblicato su "Merkur" era stato anticipato da Arendt in una prolusione tenuta a Friburgo il 26 luglio 1967, alla presenza di Heidegger, che ella, che ne era stata in gioventù amante, e che poi era stata in esilio in Francia e in America, vedeva ora per la seconda volta nel dopoguerra (la prima era stata nel 1950, sempre a Friburgo). E Heidegger è in qualche modo, come vedremo, tirato in ballo dalla Arendt, il quinto protagonista di questa storia. Ma veniamo alla lettura, come al solito chiara (come certo non è invece sempre la scrittura di Benjamin), che Arendt dà della figura e del pensiero del suo sodale. In prima istanza ne emerge una personalità poco pratica, goffa, non aderente nella sua azione al "principio di realtà": timorosa quando non era necessario esserlo, poco prudente quando invece era opportuno. Una vita all'insegna, secondo Arendt, di "merito, inettitudine e malasorte". Da qui le sue difficoltà finanziarie, la difficoltà a trovare una cattedra o anche solo un lavoro non precario come può essere lo scrivere su riviste in tempi di crisi e inflazione come quelli che viveva la Germania weimariana. Con la schiettezza e onestà intellettuale che la distingue, l'amicizia non fa velo al giudizio che Arendt dà di Benjamin, che ne esce non certo come una personalità moralisticamente intransigente, ma un uomo pronto anche a fare compromessi col mondo pur conservandosi alla fine sempre come un pensatore libero e indipendente, orgogliosamente fiero di dire quel che pensava anche a costo di scontentare coloro con cui si era alleato o era amico. Cioè, nella fattispecie, Adorno e gli altri esponenti della Scuola di Francoforte, da una parte, e Scholem, dall'altra. "Scholem avrebbe voluto ricondurre Benjamin alla metafisica e all'ebraismo, invece Adorno voleva condurlo alla vera dialettica del marxismo". Lo spingevano, invano, verso vie opposte, e, non rendendosi conto che la sua originalità e non classificabilità faceva tutt'uno con la sua indipendenza di pensiero, credettero a un certo punto che Benjamin non pensasse più in maniera profonda. "Questo sviamento era imputabile secondo Scholem al marxismo, mentre secondo Adorno al volgarmarxismo, ma entrambi gli amici furono sorprendentemente d'accordo anche sull'origine di tale sviamento, vale a dire l'influenza negativa che su di lui ebbe l'amicizia con Brecht". Ma, in verità, anche con Brecht, il rapporto fu libero e indipendente. Come Goethe, a cui aveva dedicato il suo primo saggio, Benjamin era interessato al "fenomeno originario", al "protofenomeno", all'immagine del passato o di un tempo storico che compare come un cascame sedimentatosi in un oggetto qualsiasi. Con l'atteggiamento del flâneur, che a zonzo va a spasso per la città, e crea connessioni fra i più svariati oggetti che di sfuggita gli si appalesano, così lo storico deve per Benjamin collezionare le macerie e le tracce lasciate dal passato. La verità è qualcosa di concreto e sensibile quale può essere solo un'immagine. È la metafora, che diventa perciò per Benjamin una figura fondamentale del pensare e del suo universo mentale, che "crea un senso, una corrispondenza che appare immediatamente evidente ai sensi e non abbisogna di alcuna interpretazione". Benjamin perciò, per Arendt, pensava poeticamente, in modo lontano da ogni dialettica, e ciò lo faceva intendere con Brecht, che era il maggior poeta del tempo. Ma d'altronde, nonostante certi suoi giudizi critici su di lui, ciò lo avvicinava anche, possiamo dire noi, a quell'idea di un "pensiero poetante" che a partire da un certo punto aveva teorizzato Heidegger. Non è perciò peregrina l'affermazione che Arendt a un certo punto fa su un'altra affinità fra Benjamin e Heidegger, quella concernente il modo di intendere la tradizione come ciò che è irrimediabilmente perso e che può essere recuperato e salvato nel presente solo sotto forma di "perle" e "coralli" sparsi e "solo per mezzo della 'violenza' dell'interpretazione, ossia della 'mortale forza d'urto' di nuovi pensieri". Benjamin, osserva Arendt, in fondo, senza saperlo, aveva molto più in comune" con Heidegger "di quanto non avesse con le sottigliezze dialettiche dei suoi amici marxisti". A Brecht lo avvicinava proprio quella volontà di pensare in modo non dialettico, che gli contestavano i francofortesi ma che per lui era una scelta di campo. "Il pensiero rude è il pensiero dei grandi", diceva Brecht; e Benjamin specificava: “un pensiero deve essere necessariamente rude se vuole rendere giustizia a sé nell'azione". Il linguaggio quotidiano, i modi dire, i proverbi, attiravano la sua attenzione più delle sottigliezze dialettiche o metafisiche. Egli si poneva di fronte al reale con l'animo del collezionista quale era, di libri prima e di citazioni poi. Sognava persino un'opera fatta di sole citazioni, le più svariate possibili. Nel collezionismo, osserva Arendt, la tradizione rivive ma senza che il passato acquisti una sistematicità, senza che i materiali raccolti siano considerati nella loro qualità e gerarchizzati. Ciò che conta è solo l'autenticità. Potremmo dire, forzando solo un po', che in Benjamin si preannuncia quell'atteggiamento filosofico che sarà poi chiamato "postmoderno": un assoluto relativismo che riduce la verità e la tradizione a brandelli che vanno interrogati e ascoltati prima che capiti. Nulla di più lontano da una prospettiva storicistica. Certo, l'opera di Benjamin è disseminata di intuizioni geniali, di corrispondenze e metafore non considerate o non viste da altri. Il suo stesso marxismo era talmente sui generis che capì subito che quello sovietico, con le sue dinamiche di "violenza", non era altra cosa dai fascismi e dagli autoritarismi che funestavano l'epoca. A un certo punto, Arendt si interroga sulla "fama", sulla sua fenomenologia e sulla sua consistenza, e osserva, acutamente, che essa arride postuma a chi comunque era stato apprezzato da qualcuno di eccellente nel suo tempo, a chi era comunque in un giro di intellettuali importanti. L'asistematicità e la non classificabilità del suo pensiero, la tragica morte, la vita da "irregolare", hanno fatto il resto. Ma, oltre l'amicizia, una domanda si scorge, inespressa forse solo per pudore, nelle pagine arendtiane su Benjamin: "fu vera gloria?". Forse oggi, senza offendere nessuno, noi possiamo forse dire che, rispetto ad altri autori del suo tempo e del nostro, la fama di Benjamin sia stata alquanto sopravvalutata. Più che di collezionisti di macerie, ciò di cui c'è più bisogno è di chi ricomponga i cocci immettendo in essi lo spirito vitale del pensiero che lega e distingue, cioè dialettico. Il pensiero vivente, che riporta sempre in vita i morti, non il pensiero astratto e né tantomeno quello allusivo o metaforico dei poeti
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