Corrado Ocone
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Saggi e articoli
01 aprile 2014
A proposito del libro di Corrado Ocone

Giuseppe Bedeschi - Libro aperto, 2014 (77), aprile/giugno
Come ho già scritto nella mia recensione apparsa sul supplemento domenicale del “Sole-24 ore” (del 17 novembre u.s.), questo saggio di Ocone (Liberalismo senza teoria, ed. Rubbettino) – peraltro acuto ed elegante – mi ha convinto solo a metà. Mi ha convinto là dove individua un nodo teorico fondamentale comune a Benedetto Croce e a Luigi Einaudi: il conflitto sociale. “Su questo aspetto specifico – afferma giustamente Ocone – non c’è stata, fra Croce ed Einaudi, polemica o discussione: entrambi ritenevano infatti che l’ideale liberale fosse imprescindibile dalla lotta fra gli individui e i gruppi”. Il Croce liberale (che incominciò ad esprimersi nei primi anni Venti del secolo scorso, in polemica con Gentile e con i gentiliani) riteneva che il dissenso e l’opposizione fossero elementi fondamentali della vita politica, elementi che lo Stato liberale doveva tutelare e proteggere, perché senza di essi non c’è rinnovamento e non c’è progresso sociale e politico. Di qui, come dicevo, il rifiuto, da parte di Croce, della concezione gentiliana dello Stato etico, poiché (affermava il filosofo napoletano) lo Stato è soltanto una “forma elementare della vita pratica, dalla quale la vita morale esce fuori da ogni banda e trabocca, spargendosi in rivoli copiosi e fecondi; così fecondi da disfare e rifare in perpetuo la vita politica stessa e gli Stati, ossia costringerli a rinnovarsi conforme alle esigenze che essa pone”. Tale rinnovamento è imposto appunto dalla lotta, dal dibattito, dal confronto fra posizioni e tesi diverse fra loro. A questa concezione crociana, Ocone avvicina giustamente la concezione di Einaudi. Basti pensare a quel saggio famoso dell’economista piemontese, intitolato La bellezza della lotta (1924). In quel saggio Einaudi mostrava un grande apprezzamento per il socialismo riformista, e riteneva elementi essenziali di una società liberale tanto le organizzazioni padronali quanto quelle operaie, sempre in lotta fra loro, purché esse non travalicassero i compiti a loro propri, che sono di continuo miglioramento delle loro posizioni, entro limiti che non intacchino i meccanismi fondamentali della concorrenza, della dialettica sociale: e dunque senza imporre vincoli che pregiudichino il continuo miglioramento produttivo-tecnologico. Solo attraverso la lotta fra i diversi gruppi sociali (lotta disciplinata da regole ben precise) ci può essere progresso non solo economico, ma anche civile e culturale (economia e cultura, peraltro, sono divisibili solo in astratto). Fin qui le convergenze fra Croce ed Einaudi. Ma, come ho detto detto nella mia recensione pubblicata sul “Sole-24 ore”, possiamo fermarci a questo punto? Se ci fermassimo qui noi non riusciremmo a dare conto, io credo, di una importante affermazione di Einaudi, assai critica verso Croce. Tale affermazione suona così: “Si prova un vero stringimento di cuore nell’apprendere da un tanto pensatore [Croce] che protezionismo, comunismo, regolamentarismo e razionalizzamento economico possono a volta a volta secondo le contingenze storiche diventare mezzi usati dal politico a scopo di elevamento morale e di libera spontanea creatività umana”. Naturalmente, l’amico Ocone conosce benissimo questa critica di Einaudi a Croce: ma, a mio avviso, egli non fa i conti con essa. Infatti, che cosa c’è dietro a quella critica? C’è un radicale dissenso espresso da Einaudi verso l’indifferenza di Croce per gli assetti economico-sociali. Secondo il filosofo napoletano, infatti, se il comunismo avesse avuto ragione nel ritenere che l’ordinamento capitalistico ha come effetto di danneggiare la produzione della ricchezza, il liberalismo non avrebbe potuto (sono parole di Croce) “se non approvare e invocare per suo conto” l’abolizione della proprietà privata. Dopotutto, sosteneva Croce, “il contrasto ideale del comunismo col liberalismo, il contrasto religioso, consiste in altro”, ovvero consiste “nell’opposizione tra spiritualismo e materialismo, nell’intrinseco carattere materialistico del comunismo, nel suo far Dio della carne o della materia”. Al che Einaudi obiettava che un liberalismo il quale accettasse l’abolizione della proprietà privata e l’instaurazione del comunismo in ragione di una sua ipotetica maggiore produttività di beni materiali, non sarebbe più liberalismo, e che l’essenza di quest’ultimo non può sopravvivere là dove la società civile è interamente dominata e plasmata dallo Stato (come avviene quando la proprietà privata viene soppressa). Qui si tocca, io credo, un punto di radicale dissenso fra i due pensatori italiani: un dissenso che investe tanto i presupposti quanto l’impianto delle loro concezioni liberali. Del resto, Ocone sottolinea giustamente quanto fosse importante, per Einaudi, il famoso saggio di John S. Mill Sulla libertà. Orbene, Croce riteneva invece che in quel saggio di Mill “la sincera fede liberale dell’Autore [venisse] meschinamente e bassamente ragionata (sono parole di Croce) mercé dei concetti di benessere e di felicità, e di prudenza e di opportunità”. “Poveri e fallaci teorizzamenti”, quelli di Mill, secondo Croce, che facevano del liberalismo un “individualismo utilitario”, e che abbassavano “lo Stato a strumento dell’edonismo dei singoli”. Qual era la radice di queste diverse valutazioni e di questi dissensi fra Einaudi e Croce? A questo proposito è importante tenere presente che – come ha osservato N. Bobbio – “la formazione culturale di Croce era avvenuta interamente al di fuori del pensiero liberale”. Il suo primo maestro in politica era stato Marx, al quale aveva dedicato, alla fine dell’Ottocento, saggi assai importanti (fra i più acuti nel dibattito europeo sul marxismo). In tali saggi Croce criticava sì il fondatore del materialismo storico (e in particolare la sua teoria del valore-lavoro, giudicata frutto di un “paragone ellittico” fra la società capitalistica e una astratta società lavoratrice) ,ma gli riconosceva anche il grande merito di avere elaborato una sociologia economica assai importante per la comprensione della società moderna, e di essere “il Machiavelli del proletariato”. Il suo secondo autore era stato Sorel, il teorico del “sindacalismo rivoluzionario”, col quale aveva avuto un forte sodalizio intellettuale (ricostruibile anche attraverso l’ampio carteggio), e che aveva fortemente influito su di lui. Il suo terzo autore era stato, durante gli anni della prima guerra mondiale, Treitschke (di cui fece tradurre in italiano, nel 1918, l’opera principale). Erano tutti autori estranei od ostili alla tradizione liberale. Inoltre Croce ebbe sempre in gran dispregio il giusnaturalismo (scrisse nel 1947: “la teoria del diritto naturale, che ebbe i suoi motivi contingenti nei secoli dal XVI al XVIII, ma che filosoficamente e storicamente è affatto insostenibile”). Senonché il giusnaturalismo (si pensi a Locke, a Kant, a Constant) ha posto le premesse della concezione liberale. Secondo tale concezione, l’individuo è titolare di diritti innati (la vita, la libertà, la proprietà), diritti anteriori alla società civile o politica, e che la società civile o politica non può violare. In una nota su Constant e Jellinek Croce scrisse che la filosofia “non sa né dell’individuo di fronte alo Stato, né dello Stato di fronte all’individuo, dell’uno cioè fuori dell’altro e trattati come due entità quando invece sono i due termini di una relazione definibili l’uno per l’altro”. Ma in questo modo andava perduta l’istanza dei limiti dello Stato, delle garanzie che lo Stato deve dare all’individuo. Del resto, anche nella Storia d’Europa (1932), a proposito di Constant, Croce condannava l’errore di astrattezza, “che si rinnova sempre, [ogni volta] che si cerca di definire l’idea della libertà per mezzo di distinzioni giuridiche”. In definitiva, io credo che il ‘difetto’, se così si può dire, della concezione liberale di Croce sia da cercare nel suo presupposto: la storia come storia della libertà.A questo proposito resta valido, a mio avviso, il giudizio che N. Bobbio diede discutendo il liberalismo crociano. Scrisse Bobbio: “Dal concetto teologico di libertà come essenza dello Spirito universale al concetto empirico, utile in politica, di libertà come non-impedimento, non c’è passaggio; dal primo non si trae alcun lume per comprendere il secondo. La teoria della libertà dello Spirito è tanto estranea alla teoria del liberalismo, quanto la teoria del liberalismo alla teoria della libertà dello spirito. […] E non c’è passaggio, soprattutto perché, se il soggetto della storia è lo Spirito (e non l’individuo singolo di cui si preoccupa il liberale) e questo Spirito è per essenza creatore e quindi libero, non si può escludere che esso per realizzare se stesso si debba poter servire tanto dei regimi liberali quanto di quelli non liberali, e quindi l’esistenza di regimi illiberali è perfettamente compatibile con la libertà della storia”. Di qui, io credo, tutte le difficoltà e tutte le aporie della concezione crociana del liberalismo, difficoltà e aporie che suscitavano le perplessità di Luigi Einaudi.
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