Corrado Ocone
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Saggi e articoli
16 marzo 2017
La vitalità di Croce

Matteo Monaco - Mondoperaio, 2/2017

Non è facile oggi parlare di Croce, sia per la sua relativa assenza dal dibattito culturale che per la scarsa utilità di tanti interventi del passato che lo trasformavano in una bandiera ideologica, negativa o positiva secondo le necessità di chi scriveva, o per la sprezzante valutazione che alcuni ne davano ritenendolo arcaico, retorico, al più un residuo archeologico. «Non è questo un modo per neutralizzare la forza dirompente del suo pensiero, la sua capacità, che egli ha conservato fino all’ultimo, di rinnovare e riorientare le sue idee, di intuire addirittura le dinamiche dei nuovi tempi più e meglio di tanti sedicenti ‘novatori’?», si chiede nel suo ultimo libro Corrado Ocone . Forse è proprio la teorizzazione della vitalità, effettuata dopo le grandi sistemazioni dei periodi precedenti, che ci consente di misurare non solo il cammino compiuto da Croce, ma anche la sua voglia di capire le nuove realtà e di interferire con esse. Il pro-blema della vitalità divenne progressivamente il centro della meditazione crociana nell’ultima fase della sua vita. In realtà, come ha scritto Giuseppe Galasso , il cammino da lui percorso non voleva essere di pura accademia o di astratta speculazione, di vuota contemplazione, ma di una vigorosa presenza ed influenza sul mondo. La vitali-tà quindi si configurava come la sfera propria di un se stesso che aveva necessità di affermarsi ancor prima che intervenisse qualunque inquadramento morale, e tuttavia finiva con il costituire la condizione e la premessa di ogni scelta morale successiva. La stessa vita culturale e la moralità che ne è alla base non esisterebbero se anzitutto l’uomo non fosse spirito vivente, forza ed energia elementare che è il fondamento di ogni forma di vita. Se la filosofia tradizionale, la metafisica, è già a fine Ottocento considerata poco plau-sibile, di che cosa si deve occupare, il filosofo che segua le indicazioni crociane? Appa-re indispensabile, scrive Ocone, seguire qui le considerazioni di Croce, che cerca di sgombrare il campo da strutture polverose accumulatesi nei secoli e di ricondurre il proprio dell’attività del filosofo entro limiti più corretti. Occorre innanzitutto liberarsi dell’idea che esistano questioni fondamentali, come quella dell’Essere, che si trascinano ininterrottamente nel tempo e che aspettano che ogni nuovo filosofo sia pronto a mettere nuova legna nello stesso forno; invece occor-rerebbe confrontarsi e misurarsi con i sempre nuovi problemi che emergono nella storia e con le relative nuove strutture formali di pensiero. Bisogna abbandonare l’idea che compito del filosofo sia quello di ricondurre il molteplice all’unità; non si tratta che di un concetto teologico, mirante all’idea di ricondurre tutte le distinzioni a Dio, alla filosofia della religione. Ancora: è assurda l’idea che il filosofo si distacchi da tutte le passioni, per conquistare uno sguardo asettico con cui contemplare il mondo: il cosiddetto purus philosophus non è che un purus asinus, scrive Croce. Occorre invece considerare la vita nella sua integralità, che è contemporaneamente pensiero e azione, «dissolvendosi la stessa filosofia”, scrive Ocone citando Croce, “nel-le discipline o attività particolari, gli studiosi tutti, e in genere tutte le teste pensanti, diventino ‘consapevoli e disciplinati filosofi’». Come conseguenza, il filosofo così inteso è bene che smetta di occuparsi di scritti di altri filosofi (e soprattutto dei sistematori di metafisiche), e che abbandoni il vecchio schema della scrittura di trattati contenenti l’architettonica di una nuova metafisica: «Passare dal sistema al filosofare come meto-dologia del pensare in atto” significa, per Ocone, “privilegiare le forme della discussio-ne, della polemica, del saggio, persino dell’articolo». Ogni storia del passato diviene storia attuale, ricerca del senso del presente, ricostruzione di problemi a partire dai bisogni dell’oggi Nelle analisi dei decenni precedenti Croce aveva formulato una teoria di interpreta-zione della realtà e del suo sviluppo chiamata storicismo assoluto. Lo storicismo asso-luto considera la realtà (la realtà come spirito) nel suo processo di svolgimento stori-co, e individua con la teoria dei distinti le forme necessarie affinché si realizzi lo spirito nel suo illimitato e indefinito sviluppo. Lo spirito, realizzandosi, si incarna in un insie-me di opere differenti, e lo stesso individuo umano non è che una specificazione della razionalità assoluta dello spirito. Ma tale impostazione subisce una forte deviazione, come si è visto sopra, quando Croce, ne La storia come pensiero e come azione (1938), cerca innanzitutto di spiegare il senso della contemporaneità di ogni ricerca storica. Se, dal punto di vista della conoscenza, la filosofia non costituisce che una metodologia della ricerca (principalmente di quella storica), allora dal punto di vista storiografico ogni storia del passato diviene storia attuale, ricerca del senso del presente, ricostru-zione di problemi a partire dai bisogni dell’oggi: senza che tuttavia la storia del mo-mento in cui si vive possa mai divenire oggetto di scienza, ricadendo essa nell’ambito della volizione, non del pensiero. La condizione soggettiva dello storico, per Croce, di-viene poi essa stessa oggetto di giudizio storico: non è che la caratteristica vivente del-lo stesso ricercatore di storia. Si tratta di un’affermazione nuova e dalle conseguenze non secondarie. Ovviamente questa vicinanza alla realtà da indagare ha un suo significato e un suo prezzo: la realtà più propriamente umana è quella della vita politica, quale forma alta della convivenza umana, e dell’etica, che non può non stare dietro tale attività. Lo spi-rito più profondo della ricerca non può che essere uno solo, quello della libertà, e la storia diviene storia di quella libertà che, pur essendo il principio esplicativo del corso storico, tuttavia costituisce anche l'ideale morale dell'umanità. Ma in tal modo si presenta un ulteriore problema. Con la categoria della vitalità intro-dotta da Croce appare profondamente modificato il quadro concettuale precedente: con essa e con il tipo nuovo di storiografia si crea una contraddizione molto forte fra la visione di una realtà tutta inglobata nel divenire storico (che alla fine non può non avere che un andamento per definizione positivo), e la necessità, anzi l’urgenza, di prendere una posizione netta sul problema dei mali che affliggono i tempi in cui Croce scrive (seconda guerra mondiale e anni successivi). Se la ricerca della libertà fosse immersa completamente nel flusso storico, come una sua caratteristica, tale necessità non sorgerebbe. Aggiungerei che se essa sorge vuol dire che i principi illuministici da Croce cacciati fuori dalla porta riemergono in modo pressante, e diventano inconsapevolmente il quadro di riferimento di una moralità responsabile. Ora il giudizio morale (e in un momento logicamente successivo quello politico) si impone come un’istanza non rin-viabile di valutazione e di giudizio di una realtà storica che evidentemente non scorre necessariamente verso il bene, ma può talora regredire o non procedere affatto in di-rezione di una maggiore libertà. Il contrasto non potrebbe essere più netto e privo di una soluzione plausibile. Da una parte sta il processo storico che si sviluppa ciecamen-te seguendo una legge immanente di sviluppo, indifferente in realtà alla vita dei singoli individui e senza alcun obiettivo ravvisabile. Dall’altra si trova la libertà e il senso di responsabilità degli individui che non possono accettare il fatto compiuto, la negazio-ne della libertà, la dittatura, la tortura e gli orrori degli Stati totalitari. Qualcosa di questo nuovo male (di difficile valutazione, ma presente e incombente) venne forse percepito direttamente da Croce che, trasferitosi a Sorrento fra il 1943 e il 1945, vi incontrò uno straordinario giovane esule polacco in convalescenza, Gustaw Herling, che aveva già sperimentato il nazismo, e subito dopo l’arrivo dei russi in Po-lonia anche i Gulag staliniani. Probabilmente qualcosa della sua esperienza sarà stata attentamente valutata da Croce: «La conversazione verté sulla Campagna di settembre [si riferisce alla imminente battaglia di Montecassino, ndr], sui tedeschi e sulla Russia», scrive Herling, che in quella villa conobbe tutta la famiglia Croce, compresa la figlia Li-dia che un decennio dopo sarebbe divenuta sua moglie, ed ebbe quotidiane conversa-zioni con Croce . Non avvenne quella scelta chiara degli uomini di cultura che altrove in Europa e in America si contrap-ponevano con forza al totalitarismo fascista e a quello comunista Croce «che era stato sempre parco nell’usare il termine ‘totalitarismo’», dice Ocone, scriverà nel 1949 per il settimanale Il mondo un saggio sul libro di George Orwell, 1984, dove affronta il tema della distopia orwelliana, il totalitarismo: e «facendo pro-pria la categoria del ‘totalitarismo’, la lega in modo stretto allo Stato […] al ‘nuovo Sta-to’, come dice lui». Di tale Stato Croce scorge il prototipo in quello sovietico, imitato da quello fascista e infine da quello nazista; individua la sua caratteristica essenziale nel «puntare diritto all’animo stesso degli uomini attraverso un ‘disciplinamento’ del loro pensiero». Con tale analisi Croce si trovò naturalmente inserito in un contesto internazionale che analizzava in modo simile l’esperienza totalitaria, contrapponendo a questa l’esperienza ben più ricca e soddisfacente della democrazia e del liberalismo: ma ri-mase necessariamente minoritario in un’Italia nella quale prevalevano idee quanto meno differenti. Fu anche portato a considerare quegli aspetti della cultura tedesca che potevano aver costituito il retroterra di tale svolta politica totalitaria. Per questo sentì sempre più forte l’esigenza di dare una risposta etico-politica alla crisi di deca-denza del proprio tempo: «Sentimento storico e sentimento liberale sono, in verità, in-scindibili», diceva Croce. Ma perché in Italia non vennero apprezzate come altrove tali analisi crociane? Per Ocone va considerato che, per motivi ovvi, si era istituita un’alleanza politico-militare fra democrazie occidentali e Urss per combattere Hitler e il nazismo, e fu «come se quella che nel corso della guerra era stata l’alleanza strumentale del mondo occiden-tale con il comunismo sovietico si fosse ipostatizzata fino a divenire un fine in sé». Non avvenne quella scelta chiara degli uomini di cultura che altrove in Europa e in America si contrapponevano con forza al totalitarismo fascista e a quello comunista. Rimasero a lungo zone di ambiguità sul comunismo sovietico, almeno fino al XX Congresso del Pcus (1956), quando vennero dal nuovo leader sovietico Krusciov denunciati i crimini di Stalin. Inoltre le vaste aree del vecchio massimalismo italiano resero difficile un’articolazione politica simile a quella dei paesi liberaldemocratici. Né la situazione è a tutt’oggi muta-ta. Nonostante la scomparsa di tutte le forze politiche del dopoguerra, in gran parte la cultura politica italiana rimane ancorata a uno schema sclerotizzato, anzi morto, ma considerato come se fosse vivo e operante. Valga per tutto il discorso sulla Costituzio-ne. La nostra stessa Costituzione venne vista solo da alcuni come un proclamazione di valori fondamentali, ma da parte della sinistra italiana dell’epoca (sostanzialmente sta-linista) come uno strumento utile per favorire un progressivo slittamento verso un al-trove indefinibile politicamente ma oscuramente presente e minaccioso. In quel momento, dice ancora Ocone, «sorge quella mitologia di una Costituzione in-compiuta o da realizzare, di una Costituzione reale da opporre e far vivere rispetto a quella formale, che, pe’ li rami, arriva dritto dritto ai nostri giorni e la si ritrova in po-sizioni come quelle di Gustavo Zagrebelsky o di Stefano Rodotà». Occorrerà fare un lungo lavoro, conclude Ocone, «per una ricostituzione culturale […] ma è indubbio che bisogna ripartire da quegli inizi postbellici rimettendoli finalmente in discussione».

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07 giugno 2017

Gli Scritti selvaggi di Desiderio
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Ore 18,00. Fondazione Luigi Einaudi (Largo dei Fiorentini, 1). Presentazione del volume di Giancristiano Desiderio, Scritti selvaggi. O della lotta con la vita che ci divora (Rubbettino). Saluti: Giuseppe Benedetto. Intervengono: Gennaro Malgieri, Corrado Ocone, Nicola Porro. Modera: Giuseppe di Leo. Organizzata dalla Fondazione Luigi Einaudi di Roma.
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Benedetto Croce e i valori dell’Occidente
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Ore 18,00. Centro Studi Americani (Via Michelangelo Caetani, 32). "Benedetto Croce e i valori dell'Occidente". Saluti: Paolo Messa. Intervengono: Fausto Bertinotti, Marco Gervasoni, Luciano Pellicani, Gaetano Quagliariello. Modera: Alessandro Giuli. L'incontro prende spunto dai volumi di Corrado Ocone: Attualità di Benedetto Croce (Castelvecchi) e Il liberalismo nel Novecento. Da Croce a Berlin (Rubbettino)
22 maggio 2017

Perché i liberali sono diventati minoranza?
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Ore 18,00. Fondazione Luigi Einaudi (Largo dei Fiorentini, 1). Lezione conclusiva della Scuola di liberalismo di Roma: "Perché i liberali sono diventati minoranza. Vincitori e vinti nella 'guerra ideologica' italiana del secondo dopoguerra". Organizzata dalla Fondazione Luigi Einaudi di Roma
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