Corrado Ocone
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Saggi e articoli
03 marzo 2017
Il liberalismo nel Novecento. Da Croce a Berlin

Massimo Ragazzini - Libro aperto

Nella prima parte di questo libro di recente pubblicazione il saggista e filosofo Corrado Ocone, che nel suo sito si autodefinisce un liberale post-crociano, analizza cinque pensatori che ritiene i maggiori rappresentanti della cultura liberale del Novecento: Benedetto Croce (1866-1952), August Friedrich von Hayek (1899-1992), Michael Oakeshott (1901-1990), Karl Popper (1902-1994) e IsaiahBerlin (1909-1997).

L’Autore ritiene Croce il primo di questi grandi intellettuali, “per motivi cronologici, ma anche sostanziali, cioè relativi alle sue idee”, e dedica interamente a lui, alla sua idea di liberalismo e a vari aspetti del suo pensiero la seconda parte del volume.
  Nella terza parte trovano spazio un saggio su Bruno Leoni interprete di Croce ed Einaudi e una riflessione sul socialismo. In appendice Ocone ha infine collocato un breve saggio su Robin George Collingwood (1889-1943), filosofo, storico e archeologo di Oxford, amico di Croce e, ancor di più, di Guido De Ruggiero, di cui tradusse in inglese la Storia del liberalismo europeo. Di questo oxfordiano è stata illustrata la critica del totalitarismo basata su elementi morali e non razionali come quelli utilizzati dai pensatori della prima sezione del libro.
  Mentre i capitoli che costituiscono la prima parte sono inediti, quelli della seconda e terza sono già stati pubblicati come saggi in riviste o atti di convegno, ma l’Autore li ripresenta modificati secondo le esigenze di questo nuovo volume. Fin dalle prime righe, Ocone mette le mani avanti e scrive che l’origine del suo lavoro è polemica e che il libro vuole “smontare” due tesi sul liberalismo crociano: che esso sia “anomalo” o “zoppo” e per di più che sia giunto in tarda età, “essendo stato il filosofo napoletano precedentemente ispirato da altri e persino opposti valori”. Tesi queste che perfino il maggiore studioso italiano del pensiero liberale, Giuseppe Bedeschi, ha fatto proprie in libri e in vari articoli (uno dei quali, intitolato A proposito del libro di Corrado Ocone, è stato pubblicato sul numero 81, 2015, p. 127 di questa rivista, n.d.r.). La replica a tali valutazioni è netta. Ben lontano dal non essere liberale, Croce ha gettato le basi delle due idee fondamentali del liberalismo novecentesco, idee che torneranno, pur con varie differenze, in Hayek, in Oakeshott, in Popper e in Berlin: la critica al razionalismo astratto e al positivismo e la ferma contrapposizione alla “filosofia della storia” con la sua “ingegneria sociale”. È un dato di fatto che da giovane, alla fine dell’Ottocento, il filosofo napoletano si era occupato di Marx, ma nei suoi saggi aveva mosso una contestazione sicuramente liberale alle tesi marxiane. Le sue critiche puntarono proprio su quegli elementi (il determinismo, l’economicismo, l’incapacità di prevedere lo sviluppo delle società capitalistiche, i limiti della teoria del valore-lavoro) sui quali i liberali hanno insistito anche nei decenni successivi, quando hanno inteso smontare le teorie del filosofo di Treviri. Infondata è poi la critica di disprezzo del giusnaturalismo, la corrente di pensiero che aveva posto le premesse del liberalismo: Croce non negò, infatti, che la teoria dei diritti naturali avesse aperto la strada al liberalismo, ma ritenne semplicemente che essa non fosse più adatta a giustificarlo, “essendosi col tempo esso stesso modificato o affinato”. Traendo spunto dalla nota polemica tra il filosofo napoletano e Luigi Einaudi sul tema del rapporto fra liberalismo e liberismo, si è voluto anche dedurre che Croce fosse, in economia, addirittura statalista. Per confutare questa tesi, Ocone riporta l’opinione di Bruno Leoni, che riteneva sia Croce che Einaudi ugualmente avversi a un liberismo integrale ma, ancor più, avversi a un radicale collettivismo.  Se Croce mise in dubbio che il liberalismo fosse legato da un nesso necessario al liberismo, ciò non significa che fosse statalista. Radicale fu la sua opposizione al comunismo per la sua idea di un’uguaglianza matematicamente e meccanicamente costruita, per la “sostanziale negazione della lotta e della storia” e per “l’autoritarismo” al quale è inevitabilmente condotto per “soffocare la varietà delle tendenze, gli spontanei svolgimenti, e la formazione della personalità”.  Col consolidarsi del potere fascista in Italia negli anni Trenta, Croce venne visto, negli ambienti politici e intellettuali internazionali, come il maggiore oppositore morale di Mussolini. La sua fama di filosofo della libertà e del liberalismo crebbe enormemente e la sua voce si unì a quella dei pochi, ma autorevoli e influenti, uomini di cultura che tentavano di mantenere fermi i principi liberali in un periodo in cui moltissimi intellettuali assecondavano le pretese del pensiero illiberale. Non essendo le sue tesi particolarmente diverse da quelle di Popper, Hayek o Berlin, il filosofo napoletano si collocò a pieno titolo nel prestigioso gruppo di intellettuali europei che tra le due guerre e nell’immediato dopoguerra cercarono di opporsi al luogo comune che vedeva il liberalismo avviato verso la fine. L’Autore ci ricorda infatti che a causa delle convulsioni seguite alla prima guerra mondiale, all’avvento dei totalitarismi e alla crisi del 1929 si era diffusa una sorta di sfiducia o disaffezione nei confronti del liberalismo e del capitalismo. Il filosofo napoletano criticò radicalmente la tesi dell’imminente superamento del liberalismo, sostenendo che “l’unico partito che in sostanza si proponeva come alternativo a esso era quello della costrizione” e della “riproposizione della vecchia concezione autoritaria fondata sulla trascendenza, da cui la società moderna si era da tempo affrancata”. Poco cambiava che l’elemento metafisico fosse ora politico e non religioso, che la trascendenza fosse cioè esercitata non in nome di Dio, ma di idoli come la razza, lo Stato o la dittatura del proletariato. La politica che ne derivava tendeva a essere ancora più oppressiva di quella del tempo antico.  Ocone sottolinea che, nei medesimi anni, anche gli altri grandi padri del pensiero liberale novecentesco combatterono con accenti simili contro la “fatale illusione” di poter enucleare dalle ideologie, o anche dalle scienze empiriche, delle “verità” da applicare in modo ingegneristico alla realtà di fatto.  Dopo avere definito con ironia il razionalismo come la “più straordinaria moda intellettuale dell’Europa post-rinascimentale”, Oakeshott scrisse che il razionalista politico si poneva come un ingegnere della società che vuole ricostruire il mondo ex novo secondo una politica insieme di “perfezione e uniformità” da imporre coercitivamente. Al pensiero liberale il concetto secondo cui gli uomini possono pianificare autoritativamente e imporre un modo di vita a una società appare esser parte di un’ “ignoranza presuntuosa”; esso può esser difeso soltanto da “uomini che non hanno alcun rispetto per gli esseri umani e sono pronti a renderli strumenti per la realizzazione delle loro proprie ambizioni”.  Pur collocandosi in un orizzonte culturale diverso da quello di Croce e Oakeshott, Popper concepì il razionalismo scientifico, rispetto ai neopositivisti, in modo non astratto, ma più aderente al procedere effettivo che porta lo scienziato a realizzare conquiste e scoperte. Per lui, la scienza nel suo complesso, “basata sul ragionamento e su di un uso accorto della ragione”, cerca una verità che è sempre parziale, provvisoria, confutabile in punta di principio. Se così non fosse, ci troveremmo di fronte a un’impresa non scientifica, che crede di avere ricavato verità assolute e indubitabili. Se la scienza e la conoscenza hanno un bisogno vitale della discussione critica, così pure una società fondata sulla ragione. Tale società è quella liberale, la “società aperta”, basata su di una tolleranza non intesa come sopportazione degli altri, cioè dei diversamente pensanti, ma come una ricerca costante della loro presenza. Massima apertura per tutti, quindi, ma non per coloro che vogliono servirsi delle regole della tolleranza per poter instaurare un regime di intolleranza, cioè una “società chiusa”.  Come Croce e molti altri liberali, anche Popper si confrontò col pensiero del Marx scienziato sociale e con alcune sue utili analisi sul funzionamento della società moderna, fermo restando il netto rifiuto del Marx attivista politico e profeta, del suo cieco determinismo economico e del suo storicismo. Non c’era infatti dubbio che le degenerazioni e le perversioni successive al filosofo di Treviri fossero già presenti nello spirito generale della sua opera e del suo pensiero. Anche Hayek giunse al liberalismo ragionando sulle implicazioni in campo politico-sociale delle sue teorie scientifiche e anche lui dette un importante contributo alla difesa e alla promozione della libertà umana e alla guerra contro i totalitarismi. Egli non ritenne che il nazismo fosse stato semplicemente una “rivolta contro la Ragione”, un movimento senza un retroterra culturale. L’idea di fondo del nazismo, analogamente a quella del marxismo, consisteva nel ritenere possibile agire sul corpo vivo della società rimodellandola e costruendo, come in un laboratorio scientifico, un nuovo tipo di umanità. Sulla base dei suoi studi economici, mise in luce come la pianificazione legislativa, sempre più pervasiva nei regimi totalitari, calpesta la libertà individuale e non riesce nemmeno a raggiungere, per congenita impossibilità, i fini desiderati. Contrastò anche tutti coloro che in età moderna, a partire da Cartesio e passando per illuministi e positivisti, pensarono che le realizzazioni storiche fossero o dovessero essere il risultato di progetti razionali dell’uomo. A costoro il filosofo austriaco contrappose un ideale più umile di ragione che, proprio perché imperfetta e fallibile, ha necessità di sperimentarsi e correggersi attraverso il confronto e la libera competizione delle idee di ognuno. La progettazione sociale è errata perché pensa di poter determinare il corso delle cose attraverso una conoscenza solo razionale e centralizzata; ed è anche pericolosa perché, per farlo, dovrà coartare le libertà individuali. Oggetto dell’affilata critica di Hayek fu il concetto stesso di ‘giustizia sociale’: “Grazie a questo termine vago, ogni gruppo si crede in diritto di esigere vantaggi particolari. I governi sono diventati degli istituti di beneficenza esposti al ricatto degli interessi organizzati. Gli uomini politici cedono tanto volentieri quanto più la distribuzione dei privilegi consente di comperare il voto dei sostenitori”. Credere che le diseguaglianze sociali non dovessero essere combattute non significava per il pensatore austriaco che lo Stato non dovesse prendersi carico dei ceti più svantaggiati. Egli sostenne che i deboli dovevano essere aiutati e che, anzi, andava garantito a tutti un reddito minimo tale da permettere la sopravvivenza. Uno Stato poco interventista, quale quello auspicato, possiede le risorse per assumere questo peso sulle proprie spalle.   Viene esposto infine il pensiero di Berlin, che Ocone per molti aspetti ritiene sostanzialmente vicino a quello di Croce. In entrambi i pensatori infatti il liberalismo non è mai dottrinario, ma si lega allo storicismo e al realismo politico. Per Berlin il punto centrale della vicenda intellettuale della modernità, cioè il punto di svolta fondamentale per capire le idee portanti della nostra epoca, risiede nello scontro fra l’illuminismo e i suoi oppositori. Oggi è come se noi vivessimo contemporaneamente tutte e due le tradizioni, eredi di entrambe, anche se è quella romantica la radice che ha maggiormente trasformato e rivoluzionato il nostro precedente universo di valori. L’illuminismo è consistito essenzialmente in un tentativo di estendere alle scienze umane, cioè storico-sociali-politiche, il “metodo che aveva dato buona prova di sé nel regno della natura materiale o fisica: quello newtoniano”. Gli oppositori dell’illuminismo, “contro-illuministi” e romantici, avevano visto appunto i limiti di questa posizione: la sua riduzione a una dimensione sola, razionalista o logico-formale, della conoscenza e della realtà umana; la pretesa, tendenzialmente totalitaria, di imporre agli altri questo ideale di perfezione, “per il loro bene e per favorire il Progresso dell’umanità”. Avevano perciò insistito sugli elementi non razionalisti, comunque presenti, e sul valore delle differenze e varietà in seno al genere umano. Buona parte del pensiero di Berlin si è svolto attraverso una ricerca concreta del modo di estrinsecarsi di questa dialettica nei singoli autori. Egli temeva la compiutezza, la perfezione, “la compattezza di uno stato del reale come di un processo di conoscenza”. Le temeva perché consapevole che un ideale di perfezione è irraggiungibile e che chi non tiene conto di questo vincolo, cioè del “principio di realtà”, finisce per “andare a sbattere la testa e soprattutto a farla sbattere agli altri”. Con il suo libro Ocone ha pienamente raggiunto l’obbiettivo che si proponeva di ricostruire le idee più importanti e l’impostazione metodologica di questi cinque pensatori di grande statura intellettuale. E lo ha fatto in modo originale, con passione, chiarezza, efficacia e capacità di sintesi. Si tratta quindi di una lettura molto utile per chiunque voglia approfondire la storia del pensiero liberale nel secolo scorso.    MASSIMO RAGAZZINI

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24 maggio 2017

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Ore 18,00. Centro Studi Americani (Via Michelangelo Caetani, 32). "Benedetto Croce e i valori dell'Occidente". Saluti: Paolo Messa. Intervengono: Fausto Bertinotti, Marco Gervasoni, Luciano Pellicani, Gaetano Quagliariello. Modera: Alessandro Giuli. L'incontro prende spunto dai volumi di Corrado Ocone: Attualità di Benedetto Croce (Castelvecchi) e Il liberalismo nel Novecento. Da Croce a Berlin (Rubbettino)
22 maggio 2017

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Ore 18,00. Fondazione Luigi Einaudi (Largo dei Fiorentini, 1). Lezione conclusiva della Scuola di liberalismo di Roma: "Perché i liberali sono diventati minoranza. Vincitori e vinti nella 'guerra ideologica' italiana del secondo dopoguerra". Organizzata dalla Fondazione Luigi Einaudi di Roma
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