Corrado Ocone
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Saggi e articoli
15 gennaio 2017
Il merito sognato e tradito

Corrado Ocone - Il Mattino

 In "zona Cesarini" si potrebbe dire, mutuando il termine dal gergo calcistico. E in effetti di una dura partita si è trattato e si tratta. La storia della "buona scuola", cioè della legge 107 del 13 luglio 2016 firmata dal ministro Giannini e dall'ex presidente del Consiglio Renzi, è costellata di meline, sgambetti, entrate a gamba tesa, persino autogol. Il consiglio dei ministri, presieduto quasi surrealisticamente da un Gentiloni che dal Gemelli ove è stato operato è corso direttamente a Palazzo Chigi, ha ieri varato infatti, nell'ultimo giorno utile, otto dei nove decreti attuativi che danno corpo e sostanza ad una delle più importanti riforme del vecchio governo. O almeno, di quello che di essa, nel frattempo, è rimasto in piedi. Certo, da quel luglio tante cose sono cambiate: per Renzi, per gli equilibri politici del Paese e, a ben vedere, anche per quella che, nello stile enfatico dell'ex premier, doveva essere una riforma "epocale". A Palazzo Chigi c'è ora, appunto, Gentiloni, che già per stile e anche fisicamente dà più rassicurazioni al ventre molle del paese. Mentre a Viale Trastevere ha fatto la sua comparsa imprevista una nuova ministra, una politica di apparato che viene dal sindacato. La quale, come primo atto del suo dicastero, proprio coi sindacati della scuola ha firmato un accordo che di fatto annulla uno dei cardini della riforma: l'impossibilità per i neoassunti di chiedere trasferimento nei primi tre anni di esercizio. Un'esigenza che era maturata per l'asimmetria fra domanda e offerta nelle varie zone d'Italia, con un Sud con docenti in sovrappiù rispetto alle cattedre disponibili e un Nord nella situazione opposta. D'altronde, non è di una suola di Stato che stiamo parlando? E lo Stato non è uno? E non era stato sempre così, prima che i privilegi che ci eravamo concessi in un tempo di ricchezza e faciloneria si trasformassero in "diritti acquisiti"? Da un punto di vista razionale, la legge non faceva una grinza: evitava "supplenze" e "precarietà" al Nord, garantiva un posto di lavoro (e forse nuove occasioni di vita) ai tanti disoccupati intellettuali del Sud. Apriti cielo! Si era parlato addirittura di "deportazione" e comunque, in molte scuole, il corpo docente si era mobilitato e aveva iniziato un latente ostruzionismo contro le altre norme della legge renziana. Qualcuno è anche arrivato a ipotizzare, credo non a torto, che sia stato proprio il voto dei docenti, da sempre orientato a sinistra, una delle cause della debacle del PD al referendum costituzionale. In sostanza, si trattava di pagare un tagliando, anzi due, a chi veramente comanda nella scuola, e non solo nella scuola, il vero "potere forte" dell' Italia repubblicana: i sindacati e, nella fattispecie, i docenti sindacalizzati. Ecco, allora, la reintroduzione della mobilità e, prima ancora, la nomina di una ministra che proviene dalle file sindacali e che, quasi a voler rimarcare il cambiamento, risulta essere una delle pochissime novità in un governo quasi "fotocopia" del precedente. Ne fa le spese la madrina di questa riforma, Stefania Giannini, che anche politicamente si è trovate con le spalle scoperte dopo l'uscita da "Scelta civica". Pagati i tagliandi, la via era libera per l'approvazione delle deleghe di ieri. È così è stato e ce ne compiaciamo. Anche perché alcune di esse sono importanti e condivisibili, come ad esempio quella che concerne la riqualificazione della scuola materna con l'obbligo di laurea per chi vi insegna (e un altro paradosso italiano è che questo passaggio avvenga per mano del secondo ministro non laureato dopo l'Unità, che però non si chiama certo Benedetto Croce). Tutti possono cantare vittoria, anche Renzi che non si vede così del tutto affossare la "buona scuola". Ma è un canto che assomiglia troppo a quello di coloro che continuavano a cantare e ballare sul Titanic mentre la nave affondava. Quella che già di per sé era una riforma ampia ma non radicale, come i tempi (di declino) e la logica avrebbero preteso, ha dovuto sottostare ad ulteriori compromessi a garanzia di una corporazione forte. La quale nel frattempo, non dimentichiamo, ha anche contribuito ad annacquare l'altro cardine della riforma, il principio guida di ogni azione riformatrice in senso modernizzante: cioè la valutazione delle scuole e dei docenti. Di fatto, i dirigenti scolastici hanno un potere limitato da mille vincoli, formali e materiali, e i "premi" agli insegnanti continuano ancora oggi ad essere assegnati "a pioggia" e non secondo una sana e responsabilizzante meritocrazia (che contribuirebbe fra l'altro, se attuata seriamente, anche a ridare un perduto valore sociale, non solo economico, alla figura del professore). Più in generale, ciò che manca alla scuola italiana è la consapevolezza che al centro del processo formativo ci sono gli allievi e non gli operatori, gli individui che vanno formati e non le corporazioni che vanno garantite. E che comunque, in una società liberale, sono non i gruppi organizzati ma gli individui, e quindi i singoli insegnanti, ognuno con le sue specificità, che vanno tutelati. La scuola italiana, come è adesso, genera certo disuguaglianze, come vuole il mantra di chi grida ad ogni pie' sospinto ad una incipiente "privatizzazione" del settore. Ma non si tratta delle disuguaglianze  a cui continua a pensare una certa cultura egualitarista di tipo sessantottino. La disuguaglianza è fra chi, pur impegnandosi sul lavoro, si vede trattato allo stesso modo di chi non lo fa; oppure, da un punto di vista sociale, fra chi può permettersi di mandare i propri figli in scuole prestigiose, ormai anche all'estero, e chi no. I docenti seri, che in questo paese continuano ad esserci, dovrebbero avere più forza per farlo capire ai loro colleghi, e non solo. Anche  perché, più in generale, le vicende della "buona scuola" mostrano in modo paradigmatico, quello che è un tratto comune all'Italia attuale, la ragione del suo declino: l'impossibilità di pensare in grande, e persino di agire nel senso di un cauto riformismo. Anche il riformismo più prudente deve arrivare a troppi compromessi con le forze che hanno sequestrato e resa una palude la nostra società. In un mondo che corre, questa lentezza e questa timidezza non possiamo più permettercele.

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