Corrado Ocone
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Saggi e articoli
08 febbraio 2017
Francesco De Sanctis, il maestro di Croce, Gentile e…Gramsci

Corrado Ocone - Il dubbio

 I tre più importanti pensatori italiani del secolo scorso, politicamente e ideologicamente divisi su molti punti, a parte la loro formazione idealistica, concordarono su uno. Pur nella diversità delle motivazioni, Croce, Gentile e Gramsci elessero a loro maestro ideale Francesco De Sanctis, lo storico della letteratura e critico di cui quest’anno si celebra il duecentesimo anniversario della nascita (era nato a Morra, un paesino dell’Irpinia, il 28 marzo 1817). Il fatto che dell’anniversario quasi nessuno se ne sia sinora ricordato, è forse significativo dei tempi che viviamo. La dimenticanza, chiamiamola così, dimostra lo scarso conto che abbiamo per la nostra tradizione e, più in generale, per il nostro sentimento patrio. De Sanctis, nella particolare fusione di pensiero e azione, o “letteratura e vita nazionale”, se si vuole dirla con Gramsci, di quel sentimento fu infatti il massimo rappresentante. Egli anzi si propose esplicitamente di dare una coscienza nazionale, un’autocoscienza, all’ Italia che aveva combattuto e poi raggiunto la sua unità politica col Risorgimento. Del Risorgimento, De Sanctis fu uno dei padri fin dai moti insurrezionali del 1848, a cui prese parte. E al Risorgimento eresse, come monumento imperituro, la sua Storia della letteratura italiana, che uscì dalla tipografia dell’editore Morano di Napoli nel 1872. “In questo momento che scrivo, le le campane suonano a distesa, e annunziano l’entrata degl’italiani in Roma. Il potere temporale crolla. E si grida viva all’Unità d’Italia”. Così leggiamo nel capitolo dedicato al segretario fiorentino. Il grande critico americano René Wellek l’ha definita la più bella storia letteraria che sia mai stata scritta. E molti sono i motivi che giustificano questa affermazione: dall’organicità e coerenza dell’ispirazione e della visione, allo stile di scrittura. L’organicità si riflette o riflette, in una dialettica interdipendenza, l’unitarietà di una storia di cui viene individuato il filo che tiene unite le disperse membra. Fuor di metafora, quel che De Sanctis vuole e riesce a dimostrare è che l’unità culturale e linguistica degli italiani esisteva ben prima che si addivenisse all’Unità politica. Quanto allo stile, esso, anche nei momenti più alti, non è mai accademico, né tantomeno aulico e provinciale come sa essere a volte la retorica meridionale. Per certi aspetti, esso è addirittura vicino a quello del giornalismo, attività che il nostro praticò, ed è fatto comunque di espressioni dirette, tono colloquiale,  digressioni esemplificative, immagini vivide e che restano alla memoria. Provinciale non era il patriottismo di De Sanctis, perché europea fu la sua formazione, in quella Napoli che, nella prima metà dell’Ottocento, continuava ad essere, a parte le ristrettezze politiche dei Borbone (che nessun revisionismo potrà emendare), capitale e crocevia culturale d’Europa. E tutta la Storia, come forse tutta la sua opera, è un inno alla Patria, alla serietà e all'altezza morale dei tempi e del compito che i "patrioti" si erano posti già sotto il regno borbonico. De Sanctis fu uno di questi, così come carbonari erano stati alcuni esponenti della sua famiglia. Una famiglia di piccoli proprietari terrieri dell’entroterra campano, di “gentiluomini” meridionali: avvocati (il padre), medici, preti. E prete era lo zio che aveva aperto una scuola privata a Napoli, il cui ginnasio il nosro cominciò a frequentare nel 1826. Nella capitale, nelle scuole che frequentava, anche in forma privata, soprattutto in quella che faceva capo all'erudito Basilio Puoti, De Sanctis costruì la sua immensa cultura umanistica, a contatto con le opere e i problemi degli autori classici e moderni. Gli illuministi francesi e italiani, i romantici tedeschi, autori come Locke o Hume (della cui Storia d’Inghilterra trascrisse e riassunse ampie parti), entrarono a far parte del suo bagaglio culturale, che egli accresceva vieppiù spinto dalla forte curiosità. La letteratura finiva per essere il centro dei suoi interessi, ma è come se in essa pulsasse tutta la vita morale e politica dei tempi. Storia, linguistica, filosofia, non erano, e non potevano perciò essere, avulse dal suo orizzonte. Una formazione e una ispirazione eclettica che, nata da mille suggestioni, trovava poi sbocco nel metodo critico, in una estetica e una poetica che si andavano determinando mano a mano che procedeva nella "scoperta" di nuovi autori. Da discente, De Sanctis si fece docente, a partire dalla fine degli anni Trenta: prima nella scuola dello zio, poi in alcuni importanti collegi militari, infine in forma privata alla scuola stessa di Puoti. E qui, in quella che è nota come la sua “prima scuola napoletana”, ebbe come allievi alcuni protagonisti dell’Italia futura: De Meis, Fortunato, Villari, La sua cultura e il suo impegno assunsero coloriture sempre più risorgimentali e progressiste e il suo nome risultò fra quelli indagati per l’attentato del ’48 per cui furono mandati a morte Poerio e Settembrini. Egli stesso fu prima allontanato dall’insegnamento, poi rinchiuso nel carcere di Castel dell’Ovo (1850-‘53), infine espulso e imbarcato per l’America. Riuscì però a riparare a Torino, ove andò a infoltire quella vasta comunità di esuli che avrebbe poi costituito la classe dirigente dell’Italia unita. Nel 1856 ottenne la cattedra di Letteratura italiana a Zurigo. Rientrato in Italia dopo l’Unità, fu ministro della Pubblica Istruzione nei primi due governi del Regno con Cavour e Ricasoli; sarebbe ritornato al governo, sempre nello stesso dicastero, con la Sinistra storica, a cui aderiva, precisamente nel primo e nel terzo governo Cairoli, fra il 1878 e il 1881. Nel 1876, De Sanctis ebbe modo di tornare nella sua terra natia: viaggiò in alta Irpinia, in una sfortunata campagna elettorale. Dall’esperienza venne fuori uno dei suoi capolavori, sia di scrittura sia di analisi sociologica e antropologica: il Viaggio elettorale. In esso i ricordi della giovinezza si intrecciano con le piccole e grandi meschinità, e i piccoli e grandi eroismi, di personaggi, allora come oggi, tipici della nostra provincia. La diffidenza per lo Stato e il perseguimento guicciardiniano del “particulare” si inscrivono in un orizzonte di vita fatto di miserie e sacrifici accettati spesso con fatalismo. Quella di De Sanctis è un’opera di denuncia, ma la materia è trattata con una finezza e ironia che lasciano il segno nel lettore. Nel frattempo, il nostro era diventato professore di letteratura comparata a Napoli, tenendovi il celebre discorso inaugurale (18 novembre 1872) su La scienza e la vita. “La scienza non è ozio mentale – vi si legge -, ma è l’attività della mente concentrata nel pensiero, sospettosa dei moti dell’immaginazione e del sentimento. E la sua missione è di rifare la vita così come la vede specchiata nel suo pensiero. Il che in altre parole significa che la sua missione è di rifare un ideale alla vita”.

In questi anni, continuò a produrre una cospicua quantità di saggi e articoli, mentre gli studenti trascrivevano le sue lezioni. Sarà Croce a ordinare questo materiale, spesso informe e sgrammaticato. Quella crociana fu, a inizio Novecento, la prima grande “riscoperta” di De Sanctis, a cui seguiranno gli appelli di Gentile e di Gramsci esplicitamente intitolati Torniamo al De Sanctis! Era la famosa linea De Sanctis- Labriola-Croce-Gramsci, che anche Togliatti farà propria, nel secondo dopoguerra, indicandola come orizzonte ideale dei comunisti italiani. E che segnalava, oltre ogni astrattismo intellettuale, una aderenza, tutta italiana, del pensiero alla vita e alla realtà, cioè alla storia. De Sanctis aveva in verità elaborato una teoria dell’arte che si teneva a distanza sia dalla poetica dell’“arte per l’arte”, sia da quella di un’arte volta al contenuto e ancella, in qualche modo, della politica (Gramsci) o della filosofia (Gentile e la tradizione hegeliana: egli, in verità, studiato Hegel in carcere criticandolo poi proprio su questo punto specifico). Importante è però vedere come la sua estetica venga messa all’opera attraverso interpretazioni originali, che resteranno un punto di riferimento, di autori e momenti storici. Ad esempio quella di Dante, affidata a tanti saggi sulla Commedia e anche sulla personalità dell’Alighieri, e che delineano la figura di un uomo tutto immerso nella sua opera, espressione della poesia allo stato più puro e alto. Oppure, l’interpretazione di Machiavelli, visto come un animo fervidamente devoto alla Patria e all’interesse comune; o, ancora, quella di Leopardi, conosciuto di persona a Napoli alla scuola di Puoti, considerato come uno smascheratore delle vanità e illusioni umane e quindi in qualche modo come un liberatore e un emancipatore del genere umano. Celebri i suoi paralleli: quello che emerge in controluce nello scritto su Guicciardini del 1869, fra l’autore dei Ricordi e Machiavelli; oppure quello istituito fra Schopenauer e Leopardi, affidato a un altrettanto noto saggio del 1848. L’uomo del Guicciardini è, per De Sanctis, il tipo antropologico (la “pianta uomo”) indifferente alle sorti del mondo, e quindi degli altri, tutto intento a perseguire il “particulare”, il tornaconto proprio e dei suoi, senza senso dello Stato e senza alcun amore per la Patria. Uno stilema di critica a certa italianità che, presente anche nelle riflessioni leopardiane sul “carattere” nazionale, ritornerà prepotente in molta letteratura e saggistica novecentesche. Anche se De Sanctis sembra farne soprattutto portato di tempi passati, dell’Italia divisa del tempo in cui Guicciardini viveva. Quanto a Schopenhauer e Leopardi, il nostro invita il lettore ad andare oltre le apparenti affinità fra i due. Lo scetticismo e il pessimismo antropologico del recanatese non è “reazionario”:  è, per molti versi, l’opposto di quello dell’autore del Mondo (che, fra l’altro, affermò che il critico italiano aveva compreso in profondità il suo pensiero). Là dove, scrive De Sanctis, Schopenhauer è il “liquidatore” dell’epoca delle rivoluzioni, Leopardi “non crede al progresso, e te lo fa desiderare, non crede alla libertà, e te la fa amare, è scettico, e ti fa credente”.
Fino alla fine della vita, De Sanctis si tenne al passo con la cultura contemporanea. Si accostò con simpatia al verismo, si appassionò a Zola, si rese più vicino alla moderna sensibilità. Il suo realismo, da storicistico che era, assunse infine qualche venatura naturalistica.  Nel marzo del 1883 tenne una seguitissima conferenza su Il darwinismo nell’arte, prima a Roma e poi a Napoli. E nella città partenopea si spense, colpito da una grave malattia agli occhi, il 28 dicembre dello stesso anno.
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